Investire nel futuro e nella New Home Economy

In questo articolo voglio parlare di digital disruption. Lo faccio osservando più da vicino la quotazione di ReeVo Spa su AIM Italia, il segmento di Borsa dedicato alle PMI dinamiche e competitive.

ReeVo Spa (codice ISIN ReeVo Spa IT0005438038) è un provider italiano specializzato in soluzioni e servizi cloud che da oltre 15 anni offre una completa gamma di servizi Cloud (Cyber Security, Cloud, Multi Cloud & Hybrid Cloud).

Il prezzo di offerta è stato fissato in 7,74 euro per azione con una raccolta complessiva di oltre 5,5 milioni di euro e che in questo periodo quota intorno agli 11 euro. La domanda, che ha superato di circa 5,5 volte il quantitativo di azioni offerto, è pervenuta da primari investitori qualificati e istituzionali, italiani ed esteri.

Dotata dei più alti standard e certificazioni, ReeVo si appresta così a competere livello globale con i giganti della tecnologia. Gli stessi colossi che da anni stanno dominando i mercati globali.

Ma se torniamo indietro nel tempo, una cosa è certa. Utilizzando le metriche di valutazione tradizionali, certe aziende (oggi colossi) non sarebbero mai stati identificate come ‘aziende del futuro’ per la stragrande maggioranza degli investitori, tranne quelli più accorti.

Tornando a ReeVo, è una delle tante PMI innovative quotate sull’AIM che hanno seguito un percorso specifico per arrivare sul listino.

Con due obiettivi: raccogliere capitali freschi e competere appunto nel macro trend della digital disruption, la vera forza che sta muovendo il mondo.

Che cosa significa investire nella disruption? E come si può partecipare a questa rivoluzione mondiale?

Investire nella disruption significa credere nella ‘rottura’, nella ‘spaccatura’ tra il mondo di ieri, di oggi e credere in quello che verrà. Significa, in definitiva, investire nella ‘dirompenza’ andando a identificare, precocemente, aziende, settori, e opportunità (e valori anomali) prima che il mercato in generale li identifichi.

In altre parole: investire in aziende innovative che vogliono cambiare il modo di fare.

Si tratta spesso di aziende non convenzionali, capaci di innovare, di sfidare modelli di business esistenti anche a livello mondiale.

Operano prevalentemente nel campo l’economia digitale, l’industria 4.0 (smart factory, robotica, intelligenza artificiale), delle nuove tecnologie legate alla scienza della terra (energia solare, energia eolica, agricoltura di precisione, ingegneria elettrica), salute e biologia (e-health, lifescience, diagnostica, telemedicina, immunoterapia, biotecnologie).

Si tratta di aziende che investono parte, o la totalità dei loro capitali per cambiare le regole del gioco in uno o più mercati.

Per trovare le origini del termine disruption è necessario arrivare al 1995. Ma perché siano comprese appieno, si dovrà attendere il 2014 con il libro Big Bang Disruption di Larry Downes e Paul F. Nunes per cui diventa a tutti chiaro che “today every business is a digital business”, ovvero che ogni attività economica può essere rivista alla luce delle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali e dalle trasformazioni negli stili di vita da esse indotte.

Ed è quello che sta accadendo, con rinnovata intensità alla luce della crisi pandemica. Pensiamo, ad esempio, all’esplosione dell’e-commerce, del lavoro a distanza, dell’istruzione online e della telemedicina. Quella che è anche stata definita come ‘New Home Economy’.

Che cosa fa quindi un gestore che lavora si questo segmento?

Identifica i settori di disruption e i trend emergenti, cercando le migliori fonti di alpha ( con questo termine s’intende l’attitudine di un titolo a cambiare di valore indipendentemente dall’andamento mercato).

Con il supporto del consulente finanziario esperto è possibile identificare e scegliere quali prodotti e servizi utilizzare.

Il credito fa Boom….negli Usa non nell’area Euro

Mentre la Federal Reserve ha imboccato l’uscita (tapering) dal piano di stimolo monetario straordinario, denominato “Quantitative Easing” (aumento della massa monetaria tramite l’acquisto di titoli di stato), il credito delle banche riprende a crescere in termini sostenuti (+13% anno su anno).

C&I Loan growth

Il volume del credito erogato alle aziende commerciali e industriali dalle banche Usa  ha superato da mesi il picco pre-crisi finanziaria del 2008.

C&I Loans 99-

E nell’area Euro cosa succede?
Dopo il crollo del credito sperimentato nel 2008 e all’inizio del 2009, al timido recupero ha fatto seguito un nuovo calo del credito, nonostante che la massa monetaria (M3) fosse aumentata grazie al piano TLTRO avviato dalla BCE a fine 2011.
Sappiamo tutti che il piano TLTRO è servito a far fare utili alle banche, utilizzando i prestiti della BCE per comprare titoli di stato che offrivano rendimenti elevati.
Con i rimborsi dei prestiti TLTRO alla BCE la massa monetaria si era di nuovo contratta e con lei il credito.

Immagine 1

Rispetto agli Usa, dove è scoppiata la crisi finanziaria, l’area Euro ha perso 6 anni, sacrificando i consumi e l’occupazione per il rispetto dei parametri di bilancio degli stati. Senza una ripresa del credito non si può sperare in una ripresa dell’economia, e questo Draghi e i membri del comitato BCE dovrebbero saperlo molto bene.
Che sia il 2015 l’anno della svolta per l’area Euro?

 

Torna la paura della deflazione….anche negli Usa

Nell’articolo del 23 Settembre (Aspettative sull’inflazione negli Usa ancora basse) mettevo in risalto l’anomalia sul mercato obbligazionario Usa, con i tassi d’interesse a lungo termine che non riuscivano a superare i precedenti massimi, pur in presenza di un generale consenso sulla ormai fine del periodo di tassi zero, che tra l’altro aveva alimentato la speculazione rialzista sul Dollaro US.
Da allora il tasso decennale Usa è sceso dal 2,5% al 2,32% e il Dollaro US ha interrotto la sua corsa.
Ieri si è scoperto, con la lettura delle minute dell’ultima riunione, che la Fed non hanno poi così tanta fretta nell’aumentare i tassi. I futures sui Fed Funds scontavano un primo aumento dei tassi all’inizio del 2015, dopo le minute le stime sono per luglio o settembre 2015. I mercati azionari hanno festeggiato ieri ma oggi hanno ripiegato pesantemente.
A giudicare dall’andamento del rapporto (ratio) tra i titoli indicizzati all’inflazione e quelli a tasso fisso di lungo termine, è tornata la paura della deflazione che ovviamente penalizza il mercato azionario. In attesa di dichiarazioni di qualche membro della Fed, utili a gettare acqua sul fuoco, si dovrà convivere ancora con la volatilità estrema, per altro tipica di questo periodo.

ratio inflation linked long bond