I fondi ESG sono più sicuri di altri?

Il futuro è ESG? L’acronimo, che sta per Environmental, Social and Governance è un concetto che, in sostanza, va incontro alle esigenze dei risparmiatori che vogliono investire nelle aziende leader nel mondo nello sviluppo sostenibile.

Di sviluppo sostenibile si parla da tantissimo tempo. Tuttavia c’è un nuovo linguaggio che sta nascendo e sarà compito del consulente finanziario esperto in tematiche Esg di fornire ai clienti tutta una serie di chiarimenti e sbrogliare una matassa di concetti.

Con l’entrata in vigore della Sfdr (Sustainable finance disclosure regulation), infatti, si può dire addio al cosiddetto fenomeno del greenwashing, noto anche come ‘ecologismo di facciata’.

Sulla base degli articoli 6,8 e 9 della Sfdr, le Sgr dovranno comunicare con grande precisione la propria politica di investimento e se integrano o meno i rischi Esg nelle valutazioni dei loro investimenti.

I fondi Esg non sono tutti uguali.

Per quanto ci riguarda, va detto che Azimut Investments S.A. (AI) integra i criteri Esg nel processo di investimento sulla base dei prodotti e servizi offerti da MSCI ESG Research, fornitore leader per gli investitori globali.

Pertanto l’esposizione ed il livello di rischio Esg di un portafoglio è sotto controllo sulla base di questi eccellenti parametri.

Una delle questioni cruciali, su cui si può dibattere a lungo, è la seguente: i rischi di sostenibilità possono rappresentare un rischio a sé stante?

La valutazione è molto complessa. In casa Azimut, AI esegue la valutazione dei rischi di sostenibilità attraverso l’analisi dei punteggi Esg. Più alti sono, minore è il rischio che un evento avverso possa verificarsi e possa portare a una diminuzione del valore dell’investimento.

In definitiva, l’integrazione dei criteri Esg nel processo di investimento riduce quindi i rischi di sostenibilità.

Oltre all’entrata in vigore della Sfrd, dal 2022 i clienti potranno beneficiare degli effetti della normativa di secondo livello Rts (Regulatory technical standards) che andrà a definire una modalità standard di presentare le informazioni relative alla sostenibilità richieste dalla stessa Sfdr. 

Assogestioni e Assoreti, rispettivamente produttori e distributori di prodotti, stanno in tal senso lavorando per trovare soluzioni idonee sulla base delle raccomandazioni Consob.

Il consulente finanziario esperto in investimenti Esg, potrà quindi condividere con il cliente una documentazione con informazioni presentate in maniera chiara e organica che consentirà anche di fare confronti tra i vari prodotti.

Per concludere: i fondi Esg sono più sicuri di altri?

Un team di ricercatori italiani l’anno scorso in piena crisi finanziaria dovuta allo scoppio della pandemia da Covid-19, ha analizzato 6 mila fondi e 20 mila asset sulla base delle informazioni finanziarie di Dataset Morningstar Edw e dei rating di sostenibilità dei fondi censiti da Morningstar Sun Globe e Morningstar Historical ESG Score.

Le conclusioni? Emerge che «il 10% dei fondi con il più basso livello di allineamento Esg è, in media, tre volte più vulnerabile al contagio rispetto al 10% dei fondi con più alto livello di Esg». 

Un altra interessante evidenza arriva dall’analisi del Morningstar Sustainability rating il cui giudizio si basa sull’Esg risk raiting. La ricerca ha messo chiaramente n evidenza che i fondi sostenibili tendono a gestire meglio il rischio Esg.

Gli investimenti Esg sono sicuramente un’opportunità, anche perchè strettamente collegati all’iniziativa delle Nazioni Unite che già nel 2015 ha definito una lista di 17 obbiettivi e 169 traguardi da raggiungere entro il 2030 per ottenere nel mondo il miglioramento delle condizioni e del benessere degli individui senza compromettere le risorse a disposizione delle generazioni future.

Insurtech, EduTech e Fintech: tre aspetti e un mega trend tutto da cavalcare

Secondo una recente stima di Statista, nel 2024 il numero di utenti con dispositivi mobili in tutto il mondo sarà di 7,41 miliardi.

Sempre più intelligenti e connessi grazie a 5G e Intelligenza Artificiale (AI), gli smartphone sono solo la ‘punta dell’iceberg’ di quello che è il principale mega trend a livello mondiale, il mega trend dell’hi-tech, legato alla fornitura di servizi IT, in particolare tecnologie cloud ed edge computing.

Perché investire nel mega trend hi-tech?

L’industria di riferimento è quella della tecnologia e delle telecomunicazioni che si sta muovendo a un ritmo così veloce che la trasformazione digitale all’interno delle aziende e dell’economia sarà totale.

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Mario Draghi ha illustrato i punti cardine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Non a caso la prima missione riguarda proprio i temi della digitalizzazione, innovazione e competitività.

Solo in Italia le risorse destinate a questa missione sono quasi 50 miliardi, di cui 41 finanziati con il dispositivo europeo e 8,5 con il Piano complementare nazionale (27% del totale).

L’obiettivo è chiaro.

Promuovere e sostenere la trasformazione digitale e l’innovazione del sistema produttivo nel nostro Paese con una deadline al 2027.

Cosa fare da adesso al 2027?

La risposta è sicuramente questa: investire in fondi in grado di selezionare le migliori aziende high-tech presenti negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Si tratta di un universo vastissimo: ci sono aziende focalizzate sulla ricerca, sviluppo e vendita di hardware e software. Comprende giganti come Apple, Microsoft, Amazon e una miriade di giovani in rapida crescita che vogliono cavalcare la grande onda del mega trend dell’hi-tech e che solo un team di gestori professionisti è in grado di selezionare.

Il settore tecnologico è stato uno dei principali motori dei guadagni complessivi in molti mercati azionari del mondo e non c’è ombra di dubbio che si tratta di un trend tutt’altro che esaurito.

Basti pensare all’EduTech, la didattica online.

I numeri: 2,2 miliardi di dollari incassati dalle stelle dell’EduTech statunitense, ma sono 16 i miliardi di finanziamenti a livello mondiale, con Paesi emergenti come Cina e India che pesano addirittura per il 77% del totale secondo stime di HolonIQ.

Per il Fintech un dato su tutti: nel mondo ci sono 1,7 miliardi di persone adulte escluse dai servizi finanziari. Cosa succederà quando vi entreranno?

Infine l’Insurtech che invece sta andando a creare tutto un nuovo settore dove c’è un’assicurazione intelligente, ottimizzata ed efficiente grazie all’innovazione tecnologica.

Insomma, c’è un mondo che verrà, e arriverà molto presto. Quello che vediamo è sicuramente solo l’inizio.

Investire nel futuro e nella New Home Economy

In questo articolo voglio parlare di digital disruption. Lo faccio osservando più da vicino la quotazione di ReeVo Spa su AIM Italia, il segmento di Borsa dedicato alle PMI dinamiche e competitive.

ReeVo Spa (codice ISIN ReeVo Spa IT0005438038) è un provider italiano specializzato in soluzioni e servizi cloud che da oltre 15 anni offre una completa gamma di servizi Cloud (Cyber Security, Cloud, Multi Cloud & Hybrid Cloud).

Il prezzo di offerta è stato fissato in 7,74 euro per azione con una raccolta complessiva di oltre 5,5 milioni di euro e che in questo periodo quota intorno agli 11 euro. La domanda, che ha superato di circa 5,5 volte il quantitativo di azioni offerto, è pervenuta da primari investitori qualificati e istituzionali, italiani ed esteri.

Dotata dei più alti standard e certificazioni, ReeVo si appresta così a competere livello globale con i giganti della tecnologia. Gli stessi colossi che da anni stanno dominando i mercati globali.

Ma se torniamo indietro nel tempo, una cosa è certa. Utilizzando le metriche di valutazione tradizionali, certe aziende (oggi colossi) non sarebbero mai stati identificate come ‘aziende del futuro’ per la stragrande maggioranza degli investitori, tranne quelli più accorti.

Tornando a ReeVo, è una delle tante PMI innovative quotate sull’AIM che hanno seguito un percorso specifico per arrivare sul listino.

Con due obiettivi: raccogliere capitali freschi e competere appunto nel macro trend della digital disruption, la vera forza che sta muovendo il mondo.

Che cosa significa investire nella disruption? E come si può partecipare a questa rivoluzione mondiale?

Investire nella disruption significa credere nella ‘rottura’, nella ‘spaccatura’ tra il mondo di ieri, di oggi e credere in quello che verrà. Significa, in definitiva, investire nella ‘dirompenza’ andando a identificare, precocemente, aziende, settori, e opportunità (e valori anomali) prima che il mercato in generale li identifichi.

In altre parole: investire in aziende innovative che vogliono cambiare il modo di fare.

Si tratta spesso di aziende non convenzionali, capaci di innovare, di sfidare modelli di business esistenti anche a livello mondiale.

Operano prevalentemente nel campo l’economia digitale, l’industria 4.0 (smart factory, robotica, intelligenza artificiale), delle nuove tecnologie legate alla scienza della terra (energia solare, energia eolica, agricoltura di precisione, ingegneria elettrica), salute e biologia (e-health, lifescience, diagnostica, telemedicina, immunoterapia, biotecnologie).

Si tratta di aziende che investono parte, o la totalità dei loro capitali per cambiare le regole del gioco in uno o più mercati.

Per trovare le origini del termine disruption è necessario arrivare al 1995. Ma perché siano comprese appieno, si dovrà attendere il 2014 con il libro Big Bang Disruption di Larry Downes e Paul F. Nunes per cui diventa a tutti chiaro che “today every business is a digital business”, ovvero che ogni attività economica può essere rivista alla luce delle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali e dalle trasformazioni negli stili di vita da esse indotte.

Ed è quello che sta accadendo, con rinnovata intensità alla luce della crisi pandemica. Pensiamo, ad esempio, all’esplosione dell’e-commerce, del lavoro a distanza, dell’istruzione online e della telemedicina. Quella che è anche stata definita come ‘New Home Economy’.

Che cosa fa quindi un gestore che lavora si questo segmento?

Identifica i settori di disruption e i trend emergenti, cercando le migliori fonti di alpha ( con questo termine s’intende l’attitudine di un titolo a cambiare di valore indipendentemente dall’andamento mercato).

Con il supporto del consulente finanziario esperto è possibile identificare e scegliere quali prodotti e servizi utilizzare.

Investire in PMI non quotate: il Private Equity diventa retail

Nuove opportunità per gli investitori alla ricerca di buoni rendimenti. In Italia investire in PMI non quotate, infatti, non è mai stato così semplice come ora. In che modo? Grazie ai fondi chiusi di finanza alternativa. Gli unici in grado di realizzare un facile e proficuo collegamento tra risparmio privato ed economia reale.

Si tratta di qualcosa di veramente grande e importante perché finalmente anche in Italia potremmo essere sulla strada giusta per risolvere il grave problema del credito per le PMI alla costante ricerca di capitali per finanziarsi la loro crescita.

I presupposti perché tutto ciò avvenga ci sono già, e gli strumenti anche.

Due le questioni fondamentali.

Il primo riguarda il numero di potenziali investitori, che aumenta. Come rilevato di recente anche dall’Associazione italiana private banking (Aipb), è cresciuta la percentuale di persone disponibili a investire una parte del loro patrimonio con un orizzonte temporale di lungo periodo (­8-10 anni), pur di ottenere performance soddisfacenti.

Il secondo aspetto è relativo alla soglia minima di accesso, che nei fondi chiusi di finanza alternativa è drasticamente diminuita. Rispetto a quelli di un tempo (non meno di 500 mila euro), oggi i tagli minimi sono scesi fino a 5 mila euro e le possibilità di ritorni a due cifre sono alla portata di mano dei gestori.

In casa Azimut l’anno scorso i clienti hanno avuto la possibilità sottroscrivere DEMOS I, fondo chiuso di private equity per clientela retail gestito da Azimut Libera Impresa SGR.

Il Fondo di Investimento Alternativo (FIA) “Azimut Demos 1” è stato offerto in sottoscrizione dal 1 agosto 2019 al 31 luglio 2020, chiudendo anzitempo le sottoscrizioni per il raggiungimento dell’ammontare minimo di 100 milioni di euro.

Ora che anche in Italia gli strumenti finanziari alternativi iniziano a correre, ecco che le PMI italiane non quotate trovano nel private equity la soluzione per finanziare progetti di crescita interna, esterna e per operazioni di leveraged buyout (LBO) finalizzate all’acquisizione di società target.

In attesa dei dati riguardanti il secondo semestre 2020 del private equity in Italia, quelli del primo semestre dell’anno passato hanno visto segnare una raccolta pari a 960 milioni (+121% rispetto al primo semestre del 2019) con 80 deal relativi all’early stage (investimenti in imprese nella prima fase di ciclo di vita, seed, startup, later stage), 23 operazioni di buyout (acquisizioni di quote di maggioranza o totalitarie) e 14 di expansion (investimenti di minoranza in aumento di capitale finalizzati alla crescita dell’azienda).

A fronte di questi dati certamente interessanti, c’è da dire che numero di PMI in Italia che si affida alla finanza alternativa è ancora basso, ma la strada è tracciata. Lo dimostra anche un recente studio “Deloitte Alternative Deal Tracker” che mette in evidenza come il settore della finanza alternativa cresce in tutti i principali Paesi europei.

Per chi investe, si tratta di una valida possibilità per sopravvivere al ‘mondo dei tassi a zero’. Per farlo è necessario accettare di avere come ‘sottostante’ il mondo delle aziende non quotate e prendere sempre più confidenza con gli strumenti di private equity, venture capital e real estate.