Il passaggio generazionale nelle aziende in Italia alla luce di due studi

Walter Passerini, giornalista professionista e docente di Linguaggi giornalistici alla Scuola di giornalismo Walter Tobagi dell’Università degli Studi di Milano, ha messo insieme ben dodici esperti dando di recente alle stampe il libro dal titolo ” Basta chiacchere. Un nuovo mondo del lavoro”. Un titolo e un approccio sicuramente provocatorio che apre un dibattito ancora troppo scarso: quello sul mondo del lavoro.

Qual è dunque il collegamento tra lavoro e il passaggio generazionale nelle PMI e nelle grandi aziende in Italia?

La pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto fortissimo sull’organizzazione delle imprese. Di conseguenza il lavoro sta cambiando, così come la gestione delle risorse umane; la stessa ‘mission’ delle aziende sta subendo una radicale trasformazione.

Come sappiamo, in Italia solo il 30% dei business sopravvive nel passaggio dalla prima alla seconda generazione; il 12% dalla seconda alla terza e appena il 4% dalla terza alla quarta.

I cambiamenti imposti dalla pandemia da Covid-19 porteranno a un miglioramento della situazione? C’è un problema solo di cultura aziendale tra le vecchie e le nuove generazioni di imprenditori, oppure c’è ancora una scarsa conoscenza dei numerosi modi in cui ottenere, ad esempio, l’esenzione fiscale nel passaggio generazionale in azienda?

L’argomento del passaggio generazionale, oggetto di approfondimento nella consulenza patrimoniale, secondo una recente analisi del Centro studi di Confartigianato Imprese nelle imprese familiari interessa un’impresa su cinque (20,5%).

L’incidenza più elevata è nella Provincia Autonoma di Bolzano (26,6%) seguita dalla Provincia Autonoma di Trento (25,4%). Seguono: Basilicata (22,9%), Lombardia (22,3%), Veneto (21,8%), Emilia-Romagna (20,2%).

Per quanto riguarda gli ostacoli, nel 51,3% dei casi le imprese controllate da persona fisica o famiglia segnalano le difficoltà burocratiche, legislative e/o fiscali, complicazioni verso i rapporti con clienti e fornitori (14,0%), difficoltà economiche e/o finanziarie (13,5%), conflitti familiari (4,6%) oppure l’assenza di eredi o successori interessati e/o qualificati (16,9%).

Ma come si realizza il passaggio generazionale concretamente?

Intesa San Paolo nel novembre scorso ha reso pubblici i dati dello studio “Il passaggio generazionale nelle imprese manifatturiere italiane” condotto su circa 125.000 imprese clienti. Le interviste sono state eseguite nel 2017 e hanno coinvolto 1.735 gestori imprese.

E’ emerso che nel 70% dei casi la via più praticata in caso di passaggio generazionale è quella interna, ossia il mantenimento sia della proprietà che della gestione in famiglia. Solo il 13% delle affronta un cambio di proprietà. Le motivazioni potrebbero essere dovute ad un disaccordo tra gli eredi, la mancanza degli stessi o disinteresse a proseguire l’attività. Questo avviene soprattutto nel Nord-Est (15,1%), ed è una via poco praticata invece nel Mezzogiorno (8,6%). Le aziende del Sud sembrano anche meno propense a favorire l’ingresso di manager esterni in azienda (8% a fronte di una media italiana dell’11,9%) perché preferiscono infatti mantenere anche il controllo della gestione in famiglia. Nord-Est e Centro si collocano sopra la media, rispettivamente con una quota di imprese in cui si sceglie l’ingresso in amministrazione di nuovi manager, pur mantenendone la proprietà, nel 13,9 e 13,3% dei casi.

Il passaggio generazionale in Italia non riguarda solo le imprese familiari, ma un gran numero di aziende italiane. Il 30% del campione di imprese manifatturiere della ricerca condotta da Intesa San Paolo, ha un capo over 65 e circa il 12% ha anche un board tutto over 65.

Si tratta quindi di un fenomeno di grandi dimensioni. Per fare in modo che il passaggio generazionale possa essere efficace, il nostro ordinamento giuridico mette a disposizione dell’impresa e dell’imprenditore numerosi strumenti per pianificare la successione in azienda. Un approccio sicuramente utile, ricordano gli economisti che hanno condotto vari studi, è quello di evitare di sovrapporre ruoli professionali e ruoli personali, separando i rapporti affettivi da quelli aziendali.

Cosa chiedere oggi al proprio consulente finanziario?

La consulenza finanziaria in Italia è alla vigilia di un nuovo grandissimo cambiamento. Per capire meglio quali sia oggi, e in prospettiva, il ruolo del consulente finanziario, ecco un’ipotetica situazione:

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  • Cliente: imprenditore (classe 1950).
  • Azienda: impresa familiare
  • Situazione familiare: separato, risposato con figli da due matrimoni (ancora non inseriti in azienda).
  • Patrimonio: continuità tra beni e ricchezza personale e aziendale con linee di credito aziendali garantite dal patrimonio personale.
  • Coperture rischi: parziale attività di protezione dai rischi.

Che cosa dovrebbe fare in questo caso il consulente finanziario?

La prima osservazione da fare è che molto probabilmente questo imprenditore non si è mai rivolto a un consulente finanziario oppure non ne ha mai condiviso le proposte.

Se consideriamo che in Italia circa il 90% delle imprese sono a carattere familiare e che gli assetti della società e dell’economia sono profondamente cambiati rispetto ai modelli tradizionali, ecco che questa ipotetica situazione risulti molto diffusa nel nostro Paese.

Allo stesso tempo è facile comprendere quale sia il rischio per questa impresa, e quali conseguenze ci sono per l’imprenditore e le persone che gli sono più vicine.

Tornando quindi alla domanda iniziale.

Come è evoluto il ruolo del consulente finanziario?

Sicuramente rispetto agli anni ‘90 e 2000, oggi il consulente finanziario deve essere in grado di creare una relazione stabile e di lungo termine con il cliente lavorando contemporaneamente su tre diverse macro aree:

  • Asset Management
  • Asset Allocation
  • Insurance Asset Management

Tutto questo per entrare nel merito di esigenze personali e imprenditoriali legate al ciclo di vita delle persone vicine all’imprenditore e al ciclo di vita del patrimonio stesso.

Per tornare all’esempio precedente, ecco che il nostro imprenditore con il supporto del proprio consulente finanziario e il commercialista, avrebbe dovuto scegliere tutta una serie di opzioni attraverso l’uso combinato di questi strumenti:

  • Contratto di convivenza
  • Trust
  • Donazione
  • Polizze assicurative
  • Fondi pensione
  • Temporanee caso Morte

Come si può notare, si tratta in gran parte di strumenti non finanziari a protezione dell’imprenditore che, opportunamente messi in relazione uno con l’altro, possono evitare gli impatti fortemente negativi di eventi non pianificati come ad esempio i repentini cambi di paradigma accelerati dal Covid-19.

Il principale consiglio che dovrebbe dare il consulente finanziario oggi è insistere a prendere delle decisioni quando la situazione è “in bonis”, quando cioè l’impresa non è in stato di crisi (o pre crisi).

Questo per vari motivi, ma soprattutto perché consente all’imprenditore di prendere le decisioni con la massima lucidità e tranquillità.

A volte si tratta di decisioni molto delicate come ad esempio definire a chi cedere le redini dell’azienda per garantirne la continuità economica anche in un’ottica di responsabilità sociale. 

Eccoci quindi nel vasto campo del passaggio generazionale e dell’evoluzione del ruolo del consulente finanziario sempre più orientato alla consulenza patrimoniale. 

Le imprese familiari rappresentano oltre l’85% delle imprese italiane. Il tema del passaggio generazionale è importante per garantire anche la crescita dell’economia nazionale.

Le imprese controllate dalle famiglie contribuiscono con un peso elevato al nostro Prodotto Interno Lordo, cioè il fatturato dell’Italia. Inoltre dal punto di vista dell’occupazione sono un pilastro che sostiene l’intera economia nazionale. Il futuro di queste imprese, se non adeguatamente pianificato, rischia però di essere incerto.  Le statistiche ci dicono che il 33% delle imprese non superano il primo passaggio generazionale, e si scende al 15% al secondo. Sono numeri che preoccupano e per questo è necessario, da parte di chi affianca le imprese nella loro attività, professionisti e associazioni, offrire consigli e soluzioni che permettano di preservare questo patrimonio e aiutare le imprese che devono affrontare un passaggio generazionale. Questo è vero soprattutto quando il fondatore dell’impresa o comunque l’uomo chiave che la governa inizia ad avere un età elevata, quindi quando si avvicina il suo naturale passaggio di testimone.

Se a questo si aggiunge l’inevitabile aumento della complessità dell’attività economica, che richiederebbe più delega e maggiore professionalità, la sfida dei prossimi anni per le imprese italiane è ancor più impegnativa.

Pianificare la successione in vita e programmare per tempo il passaggio generazio
nale dell’azienda o del patrimonio personale comportano numerosissimi vantaggi: si
possono ridurre i costi fiscali, si possono ridurre o evitare le imposte di successione utilizzando strumenti esenti, si evitano liti tra gli eredi, i ruoli chiave in azienda passano di
mano in base ad un criterio di meritocrazia e non in forza di legge.

Sul tema del passaggio generazione e in generale sulla pianificazione successoria ho realizzato un libro: Patrimonio Personale & Aziendale.
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Paolo Calcinari Ansidei