Investire in PMI non quotate: il Private Equity diventa retail

Nuove opportunità per gli investitori alla ricerca di buoni rendimenti. In Italia investire in PMI non quotate, infatti, non è mai stato così semplice come ora. In che modo? Grazie ai fondi chiusi di finanza alternativa. Gli unici in grado di realizzare un facile e proficuo collegamento tra risparmio privato ed economia reale.

Si tratta di qualcosa di veramente grande e importante perché finalmente anche in Italia potremmo essere sulla strada giusta per risolvere il grave problema del credito per le PMI alla costante ricerca di capitali per finanziarsi la loro crescita.

I presupposti perché tutto ciò avvenga ci sono già, e gli strumenti anche.

Due le questioni fondamentali.

Il primo riguarda il numero di potenziali investitori, che aumenta. Come rilevato di recente anche dall’Associazione italiana private banking (Aipb), è cresciuta la percentuale di persone disponibili a investire una parte del loro patrimonio con un orizzonte temporale di lungo periodo (­8-10 anni), pur di ottenere performance soddisfacenti.

Il secondo aspetto è relativo alla soglia minima di accesso, che nei fondi chiusi di finanza alternativa è drasticamente diminuita. Rispetto a quelli di un tempo (non meno di 500 mila euro), oggi i tagli minimi sono scesi fino a 5 mila euro e le possibilità di ritorni a due cifre sono alla portata di mano dei gestori.

In casa Azimut l’anno scorso i clienti hanno avuto la possibilità sottroscrivere DEMOS I, fondo chiuso di private equity per clientela retail gestito da Azimut Libera Impresa SGR.

Il Fondo di Investimento Alternativo (FIA) “Azimut Demos 1” è stato offerto in sottoscrizione dal 1 agosto 2019 al 31 luglio 2020, chiudendo anzitempo le sottoscrizioni per il raggiungimento dell’ammontare minimo di 100 milioni di euro.

Ora che anche in Italia gli strumenti finanziari alternativi iniziano a correre, ecco che le PMI italiane non quotate trovano nel private equity la soluzione per finanziare progetti di crescita interna, esterna e per operazioni di leveraged buyout (LBO) finalizzate all’acquisizione di società target.

In attesa dei dati riguardanti il secondo semestre 2020 del private equity in Italia, quelli del primo semestre dell’anno passato hanno visto segnare una raccolta pari a 960 milioni (+121% rispetto al primo semestre del 2019) con 80 deal relativi all’early stage (investimenti in imprese nella prima fase di ciclo di vita, seed, startup, later stage), 23 operazioni di buyout (acquisizioni di quote di maggioranza o totalitarie) e 14 di expansion (investimenti di minoranza in aumento di capitale finalizzati alla crescita dell’azienda).

A fronte di questi dati certamente interessanti, c’è da dire che numero di PMI in Italia che si affida alla finanza alternativa è ancora basso, ma la strada è tracciata. Lo dimostra anche un recente studio “Deloitte Alternative Deal Tracker” che mette in evidenza come il settore della finanza alternativa cresce in tutti i principali Paesi europei.

Per chi investe, si tratta di una valida possibilità per sopravvivere al ‘mondo dei tassi a zero’. Per farlo è necessario accettare di avere come ‘sottostante’ il mondo delle aziende non quotate e prendere sempre più confidenza con gli strumenti di private equity, venture capital e real estate.