I buoni motivi per essere Bullish

Gli investitori sono molto preoccupati sul futuro dei mercato azionari.
I principali strategist di Wall Street hanno abbassato, solo di recente, le loro stime sulla chiusura dell’S&P 500 a fine anno.
Fa eccezione Thomas Lee, strategist di JP Morgan, che non ha modificato il suo target a 1.475 sull’S&P 500 per fine anno.
Considerando quello che è successo come minimo si attirerà i commenti sarcastici dei colleghi, i quali pregustano già la brutta figura.

Nel suo ultimo report ha pubblicato 23 grafici ritenuti bullish (rialzisti) per il mercato azionario americano, e di conseguenza per gli altri.

Ne abbiamo selezionati 10, sufficienti per vedere con occhi diversi l’attuale contesto e non sottovalutare la possibilità di un forte recupero nell’ultimo trimestre dell’anno.

1) La percezione del rischio degli investitori è nettamente sfavorevole, il chè in termini “contrarian”, data la performance a distanza di 12 mesi dopo (istogramma blu), diventa molto favorevole. L’indicatore (linea arancio) non è altro che la differenza della posizione netta sui futures (raccolte nel Cot Report della CFTC) delle asset class rischiose (indici azionari e materie prime) rispetto a quella detenuta sulle asset class considerate sicure (bond e valute). L’11 Settembre è stato raggiunto il livello che ha preceduto la formazione del minimo del marzo 2009.

2) Short Interest (vendite allo scoperto) sulle azioni dell’S&P 500 e sui 7 etf più scambiati in rapporto al flottante. Il dato, in crescita sostenuta negli ultimi 2 mesi, ha raggiunto quota 3% a metà settembre. Vendite allo scoperto elevate rappresentano un’ulteriore dose di acquisti (necessari per chiudere la posizione short) che può alimentare il rialzo (short-squeeze rally).
 

3) La percentuale di ribassisti rilevata nel sondaggio di Investor’s Intelligence ha raggiunto a fine settembre quota 45% il livello più elevato dal marzo 2009.
 

4) L’indicatore elaborato da Citigroup, Economic Surprise Index, che abbiamo nella sezione Link Utili, non solo sugli Usa ma anche sull’Europa e paesi emergenti, è risalito velocemente dai minimi. Il motivo è dovuto al fatto che la maggioranza dei dati economici usciti nelle ultime settimane hanno superato le stime degli economisti, dopo che nei mesi precedenti gli stessi dati avevano deluso le previsioni forse troppo ottimistiche degli economisti, i quali ora sono troppo pessimisti.


5) Il Leading Economic Indicators, indicatore composito di diverse variabili economiche, nella sua versione variazione anno su anno, dopo un netto calo ha ripreso a crescere. Una recessione economica, che in molti danno per certa, necessiterebbe di una discesa dell’indicatore sotto la linea dello zero, come avvenuto nel dicembre 2007.


6) La liquidità delle corporate americane (escluso Financials) presenti nell’S&P 500 ha raggiunto alla fine del 1° semestre 2011 quota 11%.
Un livello record da 60 anni a questa parte, che si trova a 1,5 deviazioni standard dalla media degli ultimi 5 anni.
Si tratta di 350 miliardi di dollari che le aziende potranno utilizzare in diversi modi, tutti positivi per il prezzo delle azioni: riacquisto di azioni proprie (buy-backs), aumento dei dividendi, investimenti fissi ma soprattutto in acquisizioni per aumentare la quota di mercato nel loro settore di appartenenza.
 

7) Le aziende Usa hanno la possibilità di finanziarsi, sul mercato obbligazionario, a tassi storicamente molto bassi. La media dei rendimenti delle obbligazioni Corporate Investment Grade è sceso ai minimi da 40 anni a questa parte. Il differenziale di rendimento rispetto ai tassi dei titoli di stato Usa è si aumentato, in seguito all’avversione al rischio, ma per il fatto che questi ultimi hanno raggiunto i livelli minimi da 50 anni a questa parte.



8) Il prezzo delle abitazioni negli Usa, dopo la gravissima e lunga crisi immobiliare, si trova ora a sconto rispetto al costo di un’eventuale affitto. Un recupero dei prezzi dovrebbe poi essere aiutato dai tassi d’interesse sui mutui ipotecari trentennali che hanno raggiunto di recente i minimi storici.
 

9) Il valore delle azioni americane (utilizzando l’earnings yield ratio= rapporto tra utili e prezzo) rispetto ai tassi d’interesse che le aziende pagano sulle loro obbligazioni si trova a sconto come non mai da 22 anni a questa parte.
Nel caso delle aziende dell’S&P 500, aventi in prevalenza rating Investment Grade, il rendimento delle azioni è superiore del 4,36% al tasso offerto dalle obbligazioni corporate.
 

10) Il dividendo offerto dalla azioni dell’S&P 500, al netto delle tasse, è superiore dello 0,67% al tasso del Treasury Note decennale Usa.
Dal 1962 solo durante la crisi finanziaria del 2008 il differenziale superò l’1% (100 punti base).
Gli investitori vendendo azioni scommettono evidentemente che il livello di utili attuale verrà tagliato drasticamente e di conseguenza i dividendi.
 
 

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