Aumenta il rischio controparte ma non come nel 2008.

La fuga dal rischio e la ricerca di sicurezza, unita all’aumento del rischio controparte tra le banche, coinvolge non solo gli investitori ma anche le istituzioni finanziarie.

Come durante la crisi del 2008, successiva al fallimento di Lehman, negli ultimi giorni si è verificato un’impennata dei depositi presso la Federal Reserve detenuti da istituzioni e banche estere (non Usa), anche questo un motivo della recente forza del Dollaro Usa.

Il dato del “Foreign official and international accounts” presso la Fed è balzato a 102,8 miliardi di dollari, in crescita notevole rispetto ai livelli d’inizio anno quando era a 57,6 miliardi, ma anche sopra il picco della prima settimana del 2009 quando raggiunse 88,9 miliardi di dollari.

Analizzando la liquidità fornita dalla BCE alle banche europee ancora non sono stati raggiunti i picchi segnati durante la 1° crisi Greca del 2010 e quelli d’inizio 2009.
Il dato è sì quintuplicato rispetto ai valori minimi di luglio ma ci si sarebbe aspettato, come nel 2008, una crescita elevata dei tassi interbancari europei, ed invece i tassi euribor sono in calo da quando è scoppiata la crisi.
Altro fattore da considerare per valutare il rischio controparte è il differenziale tra tassi interbancari e tassi dei titoli di stato a breve termine.
Il Ted Spread, differenziale tra Libor in dollari e Treasury Bill a 3 mesi, è si aumentato rispetto ai minimi di fine primavera (a 0,33%) ma siamo addirittura sotto ai livelli raggiunti a fine maggio 2010 (0,50%), per non parlare del recordo sopra 4,5% dell’ottobre 2008.

Insomma, a dispetto delle solite previsioni catastrofistiche che si leggono ora sul sistema finanziario europeo, non pare che ci siano le condizioni per assistere a una riedizione del 2008, anche se guardando al comportamento degli investitori e alle variazioni di borsa delle ultime ore il dubbio si rafforza anche tra gli operatori più razionali. Sarà anche questo un segnale?

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